La tuta: il modello Thayaht
Il termine ‘tuta’ è creato nel 1920 da Thayaht, nome d’arte per Ernesto Michahelles, da tutta – la T mancante è la forma stessa dell’indumento (Castellani Pollidori, Per l’etimologia di ‘tuta’, “Studi Linguistici Italiani”, 8, 1982, pp. 41-42; Ancora ‘tuta’, “Studi Linguistici Italiani”, 9, 1983, pp. 208-232): è un’unica veste, che copre tutta la persona e può essere indossata da tutti (Fig. 1). Questo capo viene chiamato anche robe d’aviation, poiché, a parere del suo ideatore, si tratta di un abito femminile adatto per salire a bordo di un aereo, con la garanzia di non mostrare le gambe.

Il termine ‘tuta’ non entrerà mai nel francese, nonostante il suo inventore sia uno dei principali collaboratori di Madeleine Vionnet, che per lei nel 1919 Thayaht disegna il logo, una figura stilizzata con una sorta di peplo, sopra una colonna ionica (Fig. 2). Questa forma architettonica e decorativa sta alla base della creazione della tuta, che nella geometria della forma trasmette l’idea e l’aria di modernità futurista.

La forma della tuta di Thayath non è precisamente quella della salopette. Le diversità o i perfezionamenti apportati dal modello di Thayath del 1920 a quello di Vionnet del 1922 sono numerosi: “la linea del fianco sembra diritta, mentre il taglio obliquo sembra essere stato spostato sulle maniche lunghe; la cintura è morbidamente appoggiata sui fianchi e non stretta in vita; le tasche sono scomparse, ma soprattutto l’abbottonatura è stata sostituita con una più ‘moderna’ cerniera. Rinnovate sono pure le spalle che hanno una linea arrotondata e l’attaccatura delle maniche collocata nel punto naturale” (E. Morini,“La tuta. Da antimoda a Haute Couture”, in D. Degl’Innocenti – a cura di -, Thayaht. Un artista alle origini del Made in Italy, Museo del Tessuto, Prato, p. 29).
La tuta di Thayaht sarà comunque approvata da Madeleine Vionnet al punto che, coerentemente con la sua politica di difesa dalle contraffazioni, ne brevetta e deposita il modello; tuttavia, non ne proporrà il nome, e lo spazio semantico-lessicale resta così occupato e difeso da salopette. Vionnet e Thayaht lanciano la tuta nel regno della haute couture femminile, così trasformata: si tratta di una tunica, con maniche lunghe leggermente più ampie dal gomito al polso, con il colletto alto a listino, aperta fino in vita e allacciato da una cerniera il cui scorrevole è decorato con un pendente nello stesso tessuto dell’abito.
Nonostante questo approdo, il termine italiano non giunge ad accettazione oltralpe, e si fa anche dimenticare in questo uso di eleganza, per riemergere decenni più tardi, attraverso un legame italo-francese inatteso (M.T. Zanola, Francese e italiano, lingue della moda: scambi linguistici e viaggi di parole nel XX secolo, “Lingue, Culture, Mediazioni”, 7/2, 2020, pp. 15-16, https://dx.doi.org/10.7358/lcm).
Quale è la storia di salopette? Inventata da Louis Lafont nel 1844 per evitare di macchiare gli abiti e avere, grazie alle tasche, sempre gli attrezzi a portata di mano, ha inizialmente una forma leggermente diversa: è un pantalone ampio stretto in basso, con una tasca cucita in vita. Il modello viene depositato più tardi dal nipote Adolphe Lafont, che aggiunge la pettorina trattenuta dalle bretelle, diventando l’immaginario della rivoluzione industriale (la indossa Charlie Chaplin in Tempi moderni). Nata quindi come indumento maschile (detta cotte à bretelles), diventa femminile durante la Seconda guerra mondiale, quando le donne la indossano per sostituire nei lavori l’uomo che è al fronte. In francese è detta anche bleu de travail, perché usata nella funzione di lavoro: da dove viene l’attribuzione di questo colore? La tonalità di questo bleu è un bleu Bugatti (B. Chapuis, E. Herscher (1989), Qualités. Objets d’en France, Du May, Paris, 1989): Ettore Bugatti, l’italiano che fonda la casa automobilistica a Molsheim, in Alsazia nel 1909, adotta il bleu de France per le sue splendide automobili e lo trasforma nel bleu Bugatti. Il bleu de travail cede così il passo a un nuovo bleu, traccia della presenza italiana (Ibid., pp. 17-18).
Quanti intrecci ritroviamo in questo indumento: da simbolo del lavoro, si trasforma negli anni 1970 in colori diversi, consolida la sua posizione d’uso nella moda di giorno e ritorna in quella elegante e da sera. Si cambia il nome, non più ‘tuta’, né ‘salopette’, ma jumpsuit: siamo nel 1968 quando Yves Saint-Laurent la propone, dando nuova vita con la denominazione inglese alla combinaison de travail degli operai dell’edilizia, e aprendole le porte del guardaroba femminile. La ‘tuta’ di Thayath, diventata l’elegante salopette nel modello Thayaht-Vionnet, scompare così per lunghi anni, per riapparire come jumpsuit alla fine degli Anni 1960. L’esigenza del richiamo alla novità non consente la conservazione del termine originario, già oscurato all’origine dal francese, e ancor più nel suo rilancio in versione angloamericana.
Il dialogo fra la terminologia della produzione e le varietà prodotte in virtù della diffusione commerciale costituisce un percorso di analisi molto fruttuoso nello studio del lessico della moda (M.T. Zanola, La terminologie des arts et métiers entre production et commercialisation: une approche diachronique, “Terminalia”, 17, 2018, pp. 16-23).
A cura di Maria Teresa Zanola

