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Dalla guerra al guardaroba: la storia della sahariana

In origine, indicava un tipo di giacca indossata dai soldati britannici alla fine del XIX secolo, in particolare durante le loro missioni coloniali in India. Questo capo di abbigliamento fu poi adottato dall’Afrikakorps, le divisioni corazzate tedesche che operavano in Nord Africa, durante la seconda guerra mondiale. Realizzata in lino o cotone, offre una relativa leggerezza e un certo comfort negli ambienti desertici.

Negli anni ’30, Ernest Hemingway contribuì a rendere popolare la sahariana indossandola durante le sue spedizioni di caccia in Africa. In questo modo, questo capo iniziò a evolversi verso un uso civile. Perdette progressivamente la sua connotazione bellica per diventare un simbolo di raffinata avventura, ormai designato con il termine di “giacca safari”. Questa trasformazione fu rafforzata dalla sua rappresentazione al cinema, in particolare in Mogambo, film diretto da John Ford e uscito nel 1953. Girato in Kenya, questo lungometraggio mette in scena un dramma sentimentale sullo sfondo di un safari africano, in cui Grace Kelly recita al fianco di Clark Gable. L’attrice incarna una figura di eleganza, indossando la sahariana con distinzione. Con il suo stile pratico e sofisticato, il capo si impone come emblema dell’incontro tra il gusto occidentale per l’esotismo e le esigenze estetiche della moda della metà del XX secolo, diventando il simbolo del nuovo desiderio contemporaneo di viaggiare e cercare avventure lontane.  

Nel numero di maggio-giugno 1945 della rivista «Adam» – chiamato “numero della Pace” – l’editoriale di Pierre de Trévières annuncia la fine della guerra e la necessità di cambiamenti anche nella moda: “Ogni rivoluzione – si dice – inizia con un cambiamento di abbigliamento. Come potrebbe una guerra non finire con l’avvento di nuovi abiti?”. Questo numero ricostruisce il dramma degli anni della guerra e fa rivivere l’atmosfera difficile e tormentata di quegli anni, per tornare infine alla descrizione della moda: “È per la prima volta, dall’agosto 1939, proponiamo ai nostri lettori, senza secondi fini, pagine di moda civile maschile e femminile che forse permetteranno di cercare di risolvere l’insolubile problema dell’abbigliamento civile” (p. 17).

L’abbigliamento civile è un problema: “Carenza di vestiti… li si gira: tasca a destra e chiusura inversa… non importa”. È un momento difficile per tornare alla normalità, mancano i tessuti, l’organizzazione della filiera produttiva deve essere rimessa in piedi. La sahariana militare si adatta perfettamente a una giacca civile (Fig.1). È la prima attestazione registrata (cfr. TLFi, s.v.) della sahariana in francese. In tela bianca o blu navy, ecco il modello con maniche lunghe, senza tasche, trasformato in un capo di abbigliamento quotidiano (Fig. 2).

Fig. 1 : « Adam », mai-juin 1945, p. 32.

Fig. 2 : « Adam », mai-juin 1945, p. 33.

Il suo utilizzo si estende alla moda francese e italiana, fino a raggiungere il suo apice con la sahariana di Yves Saint Laurent, introdotta nel 1967 nelle sfilate e lanciata definitivamente nel 1968 per sottolineare la sua critica al colonialismo (Zanola 2020, pp. 19-20). La sahariana di Saint Laurent, stilista francese originario dell’Algeria, annuncia l’internazionalizzazione della moda (https://museeyslparis.com/biographie/premiere-saharienne-pe): famosa è la fotografia della modella tedesca Vera Gottliebe Anna von Lehndorff, detta Veruschka, con una sahariana con lacci e cintura con fibbia, scattata dal fotografo italiano Franco Rubartelli in un paesaggio della Repubblica Centrafricana per l’edizione di «Vogue Paris» del 1968.  

La sua consacrazione nella haute couture fissa anche il termine nella moda italiana – sahariana in italiano, saharienne in francese –, quando Saint Laurent viene fotografato da Helmut Newton con indosso una sahariana.

A cura di Maria Teresa Zanola

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