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Per la storia di una “parola migrante”: il caso di gilet

Oggi impiegato per riferirsi a quel corpetto senza maniche, tipico dell’abbigliamento maschile, da portarsi sotto la giacca, il termine gilet è, a ben vedere, uno dei plurimi esiti di quei rapporti tra l’Europa e gli altri Paesi del bacino del Mediterraneo che, spesso letti unicamente come base di conflitti, in una forma pacifica, senz’altro esistita, giovarono al Vecchio Continente (Agolini, Riga 2025).

Come riconosciuto dalle principali opere lessicografiche prettamente etimologiche, relative all’italiano (DEI, DELIN, EVLI) o all’intero coacervo delle lingue romanze (REW, PIREW 9582), alla base di gilet è da riconoscere il turco yelek, termine un tempo designante un giubbone di panno, dotato di maniche larghe e fino al gomito, usato specialmente dagli schiavi sulle galere, e poi adoperato per indicare una giacca priva di maniche tipicamente ottomana. Ad aver fatto da tramite tra Oriente e Occidente sarebbe stato l’arabo ǧalīka, forma dialettale algerina che fu nome, stando a Corominas (DCECH, s.v. chaleco), di una ‘giacca tipica dei prigionieri’ («casaca de cautivo»). Come già stabilito dallo stesso lessicografo, allora, approdata nel Maghreb, la voce si sarebbe irradiata, tra Cinque e Settecento, nell’area mediterranea, attecchendo, per il tramite della lingua franca dei porti africani, in portoghese (jaleco), provenzale, catalano (jaleco) e, soprattutto, in spagnolo (prima nella forma jaleco, poi come chaleco) e in italiano e nelle sue varietà locali. Solo dopo esser entrato in francese come gilet, probabilmente attraverso il castigliano, nella seconda metà del Seicento (TLFi, s.v. gilet), il termine sarebbe passato in Italia, nella forma in cui tuttora lo si tende ad adoperare, vale a dire come prestito integrale dal francese. Se il GDLI ne riporta come primo esempio un passo del Dizionario delle belle arti del disegno (1827) di Francesco Milizia (s.v. panneggiamento), in cui ricorre la forma adattata giletto («La gran moda d’un giletto corto e stretto […]»), il GRADIT, il D-O e lo Z risalgono al 1786 per gilet, il primo con esplicito rinvio a La donna galante ed erudita di Gioseffa Cornoldi Caminer (1786), in cui, in una sezione dedicata alle «mode di Francia», si è individuata quella che dovrebbe essere, dunque, la più antica attestazione italiana del termine («[…] i capegli acconciati in catogan; i due orologi carichi di bijoux; le scarpe coi taloni piani; e finalmente un gilet da uomo»). La comparsa dell’adattamento gilè, invece, è collocata genericamente nel XVIII secolo dal D-O (e dal DEI e dall’EVLI); prima del 1798 dallo Z (e dal DELIN) e ante 1802 dal S-C.

La politica linguistica neopuristica del Ventennio fascista si è scagliata, com’è noto, contro l’impiego di forestierismi, comprese non poche parole entrate in italiano per il tramite della lingua d’Oltralpe, e non è sfuggito a tale scure il termine gilet, che si è tentato di sostituire mediante il ricorso a panciotto, corpetto o sottoveste, con una preferenza per il primo nome, come risulta, ad esempio, dalla consultazione del Commentario-dizionario italiano della moda (1936) di Cesare Meano (s.vv. gilè e sottoveste) o dai materiali preparatori in vista del Vocabolario dell’Accademia d’Italia, oggi conservati presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana (Fig. 1), confrontabili con la voce corpetto apparsa nell’unico volume che di quell’opera lessicografica è stato pubblicato. Non solo si rinuncia all’impiego di sottoveste, probabilmente per la polisemia del termine, ma, per lo stesso motivo, corpetto è presentata, in un caso e nell’altro, come voce ormai in disuso per designare il panciotto, unica forma effettivamente adoperabile.

Quanto all’entità designata, i termini gilet e panciotto vengono di solito impiegati indifferentemente per indicare uno stesso indumento, che può, per certi versi, essere considerato un’evoluzione del farsetto, una lunga veste maschile, spesso imbottita, con o senza maniche, da mettere sopra la camicia.

Il gilet ha subito nei secoli XVIII e XIX diverse significative modifiche: è stata progressivamente ridotta la sua lunghezza e sono state, soprattutto, eliminate le maniche. Più di recente, si è poi verificata una sovraestensione del termine, passato a indicare anche altri tipi di indumenti sprovvisti di copertura per le braccia, come il “piumino smanicato” e le vesti ad alta visibilità, impiegate per la sicurezza stradale e sul lavoro, che hanno avuto un rilancio con il movimento di protesta dei gilet jaunes.

Il gilet si è imposto nella moda femminile come “moderna” tendenza già a partire dalla metà del XIX secolo e, poi, nel Novecento ha progressivamente ampliato i suoi àmbiti d’uso, fino ad arrivare a sostituire la giacca nel tailleur. Nuovi modelli, da utilizzare nell’abbigliamento di tutti i giorni, si sono sviluppati progressivamente. Nella moda contemporanea tanto maschile quanto femminile è ormai diffusa la sua trasformazione da veste “complementare” in “principale”, utilizzata al posto della giacca.

Fig. 1 : Materiali preparatori per la voce gilè del Vocabolario della lingua italiana della Reale Accademia d’Italia (Roma, Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana)

A cura di Matteo Agolini e Andrea Riga

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