Il gilet/ǧillīqa nelle fonti arabe
C’è un discreto consenso sul fatto che, in origine, il gilet (Fig. 1, Fig. 2) fosse un indumento riservato a prigionieri e schiavi. Tuttavia, se le fonti occidentali ne fanno risalire la storia al turco yelek, passato attraverso l’arabo ǧalīka e approdato alle lingue neolatine tramite lo spagnolo jileco o gileco, le fonti arabe raccontano una vicenda sorprendentemente diversa.
Le cronache di storici arabi come Ibn Khaldun, insieme a documenti amministrativi risalenti all’XI secolo e provenienti dalla Spagna arabo-musulmana (al-Andalus), ci conducono infatti verso una nuova ipotesi: l’antenato del gilet potrebbe aver avuto origine nella Galizia iberica, nell’attuale nord-ovest della Spagna.
In arabo, quella regione era chiamata ǧalīqa (جليقة), termine molto simile alla ǧalīka citata dai lessicografi occidentali, ma con una differenza fonetica significativa: la presenza della consonante uvulare qāf (ق) al posto della velare kāf (ك). Gli abitanti di quella zona, i ǧillīqī, sono spesso menzionati nei documenti dell’epoca come schiavi, e questa coincidenza linguistica e storica rende plausibile un legame tra la denominazione della regione, il nome dei suoi abitanti e l’indumento degli schiavi. Così, l’originario gilet potrebbe essere stato proprio la veste dei servi galiziani portati ad al-Andalus.
E lo yelek turco, da cui partirebbe la versione più accreditata della nostra parola? Una forma araba di influenza turca, yalak (يلك), compare in un’importante fonte storica del XVIII-XIX secolo: il Tārīḫ al-Ǧabartī (“La storia di al-Ǧabartī”), opera del celebre cronista egiziano ‘Abd al-Raḥmān al-Ǧabartī. Il termine vi appare in riferimento alla spedizione napoleonica in Egitto (1798-1801) e sarà poi registrato in dizionari bilingui arabo-francesi del XIX secolo, come quello di Dozy dedicato alla terminologia dell’abbigliamento.
Nell’arabo contemporaneo, ǧalīka (جليكة) indica un indumento tradizionale algerino, una camicia senza maniche. Restano tuttavia da chiarire gli eventuali legami etimologici e culturali tra questa ǧalīka nordafricana e la Ǧillīqa iberica. Oggi, parole come yalak e ǧalīka sono cadute in disuso: al loro posto, l’arabo moderno utilizza ṣiḍrīya (صدرية), dalla radice ṣ-ḍ-r (“petto”), o sutra (سترة), dalla radice s-t-r (“coprire”). Non a caso, i celebri gilet gialli francesi si traducono in arabo con al-sutrāt al-ṣafrā’ (السترات الصفراء).

Fig. 1 : Gilet sans manches pour porter sur la robe d’automne (« Art, goût, beauté », novembre 1932, p. 38.)

Fig. 2 : Robe d’après-midi par jenny, gilet en velours bleu marine, garni d’une rose en velours de soie, jupe plissée, en crêpe de chine marine (« Les Modes : revue mensuelle illustrée des arts décoratifs appliqués à la femme », février 1926, p. 9.)
A cura di Marianna Massa

