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La minigonna: la storia di un capo simbolo di libertà e rivoluzione

Nella Londra degli anna Sessanta, con una gioventù in fermento, nasce un capo destinato a rivoluzionare il guardaroba femminile: la minigonna.

Sebbene il termine minigonna faccia la sua prima apparizione nel 1966, le sue origini risalgono all’inizio del XX secolo quando le donne iniziano poco alla volta a sollevare gli orli delle gonne. Dapprima, questa scelta è dettata dalla praticità: indossare gonne più corte permette di muoversi facilmente, come raccontato nella rivista « Les modes : revue mensuelle illustrée des arts décoratifs appliqués à la femme » del maggio 1901, “con la gonna corta, libertà assoluta. Il passo sarà più agile, più vivace; sarà un piacere camminare” (p. 14). Questo è ancora più evidente nel contesto sportivo (Fig. 1), dove figure come la tennista Suzanne Lenglen fanno la storia della moda nello sport indossando gonne corte.

La moda degli anni ‘20 ha come protagonista la gonna corta, nonostante le critiche che subisce da parte delle autorità ecclesiastiche e governative: il Papa le bandisce ufficialmente nel 1925, anno in cui il governo degli Stati Uniti d’America propone di introdurre multe salate per tutte le donne che con i loro vestiti osano mostrare gambe e ginocchia. I rimproveri non sono sufficienti ad arrestare la diffusione capillare della gonna corta (Fig. 2).

Dalla gonna corta si passa alla minigonna negli anni Sessanta, grazie all’intuito e all’audacia della stilista britannica Mary Quant che nel 1962 inizia a indossare abiti con gonne molto corte. È nel 1965 che Mary Quant nel suo negozio di prêt-à-porter di Carnaby Street, nel quartiere di Swinging London, mette in commercio queste gonne molto corte per permettere alle giovani londinesi di esprimere la loro libertà e femminilità, distinguendosi dalle donne delle generazioni precedenti. Mary Quant decide di chiamare queste gonne miniskirt, ispirandosi alla macchina Mini Cooper, che lei adorava.

Nello stesso anno, a Parigi, un altro grande nome della moda – André Courrrèges – porta la minigonna sulle passarelle della haute couture, proponendola in vestiti con un taglio a trapezio, con linee nette e di uno stile futurista. Anche Emanuel Ungaro, dopo un periodo di formazione di un paio di anni da Courrèges, decide di portare avanti questa rivoluzione: nella sua maison la minigonna assume toni vivaci e tagli audaci.

In poco tempo, dal prêt-à-porter alla haute couture, la minigonna conquista il mondo occidentale, ponendosi come un manifesto di libertà. Dal termine inglese miniskirt, vengono lessicalizzati gli equivalenti in francese e in italiano, minijupe e minigonna; altrettanto diffusa è la loro abbreviazione, mini.

Come per ogni capo di moda, la storia della minigonna è una storia di alti e bassi. Il primo agosto 1970, la rivista « Paris Match » ne annuncia la fine nel titolo della sua copertina “la minigonna è morta”. Eppure, come ogni mito che si rispetti, la minigonna non scompare definitivamente, fa il suo ritorno prima negli anni ‘80 e poi negli anni 2000.

Oggi, la minigonna è più viva che mai: ne esistono per tutti i gusti – plissettate, in jeans, in pelle, eleganti o sottoforma di gonnelline sportive. C’è solo una regola: la lunghezza. Per essere definita mini, la gonna non deve eccedere i 10 centimetri sotto i glutei. Dagli anni 2000, la minigonna si è spinta oltre, dando vita alla microgonna in francese microjupe, lunga 20 centimetri.

Quella della minigonna non è solo una storia di moda, è la storia di un capo che ha accompagnato i cambiamenti della società, diventando uno dei simboli dell’emancipazione femminile.

A cura di Silvia Calvi

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