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Il costume da bagno: storia di parole, tessuti e corpi

La storia lessicale del costume da bagno ha molto da raccontare non solo sulla società che l’ha creato e progressivamente trasformato e adattato, ma sul modo in cui la pelle e il tessuto si sono uniti al servizio dello sport, della storia del corpo, del pudore e dell’emancipazione femminile (Salvatore 2025).

Nell’Ottocento, il bagno a mare non era considerato un piacere estivo, ma una pratica terapeutica. I dizionari dell’epoca ne sono testimoni: nelle edizioni ottocentesche del Dictionnaire de l’Académie française, baigner rimandava alla cura dei reumatismi. Uomini e donne entravano in acqua completamente vestiti. Il costume femminile, in particolare, era caratterizzato da pantaloni a sbuffo, tuniche di lana e cuffie. Le donne venivano trasportate su carri a ruote fin al largo. In questo contesto, la parola costume conservava ancora il suo significato più ampio di “indumento per un determinato scopo o attività” (Zanola 2020): non un capo singolo, ma un insieme di capi adatti a uno scopo specifico, o più semplicemente una tenuta da spiaggia (costume de plage).

Fig. 1 : Costumes de bains de mer (« Le Salon de la mode », 1888, vol. 13, p. 211).

Fig. 2 : Maillot de bain, fine del XIX secolo (Collections Musée National du Sport. Collections Tenues et accessoires).

All’inizio del Novecento tutto cambia. Lo sport, il cinema, la moda internazionale e l’evoluzione dei tessuti, dalla lana al lastex, danno origine a nuove tipologie di indumenti da spiaggia. Il costume da bagno smette di essere un insieme di capi e diventa un indumento unico, aderente, che rivela il corpo invece di nasconderlo. In francese questa trasformazione concettuale trova corrispondenza in una nuova parola: maillot de bain, termine che arriva dal teatro, dove indicava una calzamaglia attillata, spostando l’attenzione dalla funzione della tenuta all’aderenza del tessuto. In italiano, invece, si preferisce mantenere la parola costume, che però cambia significato: da “insieme di abiti” a “capo singolo”.

L’accorciamento progressivo del costume non avvenne senza resistenze. Molti comuni balneari adottarono vere e proprie politiche anti-nudità, con misure che regolamentavano la lunghezza dei costumi e sanzionavano le trasgressioni. Queste resistenze non riuscirono tuttavia ad arrestare la progressiva riduzione del tessuto: la norma sociale cedeva terreno, lentamente, davanti alle pratiche del corpo.

Il momento più emblematico arriva nel luglio del 1946. Due stilisti francesi presentano quasi simultaneamente il costume più ridotto mai proposto al pubblico: Jacques Heim chiama il suo atome, Louis Réard chiama il suo bikini, dal nome dell’atollo del Pacifico dove quello stesso anno si erano svolti i test nucleari americani. L’accostamento era deliberato: Réard era consapevole dell’effetto dirompente che il suo modello avrebbe prodotto. Il bikini viene presentato alle piscine Molitor di Parigi indossato da una ballerina delle Folies Bergères, l’unica disposta a portarlo in pubblico.

L’impatto linguistico del bikini è, a suo modo, altrettanto esplosivo. Il prefisso bi- viene erroneamente segmentato dal resto della parola e reinterpretato come “due”, in riferimento ai due pezzi del costume. Da questa analisi morfologicamente scorretta, ma produttiva, nasce una famiglia di neologismi che continua ad espandersi ancora oggi: monokini, trikini, tankini, burkini attraverso un meccanismo morfologico per analogia. Con il Novecento cambia anche il rapporto tra il lessico del costume da bagno e quello della biancheria intima. Il riconoscimento sociale del costume come indumento legittimo porta progressivamente alla superficie capi che fino ad allora appartenevano esclusivamente alla sfera privata: lo slip, la culotte, il reggiseno.

La storia lessicale del costume da bagno testimonia come le parole non descrivano soltanto gli abiti. Esse portano traccia di negoziazioni, resistenze, spostamenti di significato. Il costume da bagno è uno dei capi la cui evoluzione terminologica coincide con quella delle norme sul corpo femminile e con le sue contraddizioni: liberazione e controllo, visibilità e nuovo assoggettamento ai canoni estetici. Le parole che lo nominano non ne sono testimoni neutrali: ne sono, a pieno titolo, parte.

A cura di Maria Chiara Salvatore